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Parsifal Reparato nasce a Napoli,  fin dall’infanzia nutre una forte passione per l’arte, con uno sguardo attento alle questioni sociali.

Filmmaker, Antropologo e giornalista con la passione per la fotografia.

Negli anni di formazione universitaria si forma parallelamente come Direttore della Fotografia.

Il percorso che segue viaggia su un doppio binario tra l’antropologia e le arti visive. Con l’obiettivo di congiungere due realtà ancora troppo lontane, Parsifal si adopera per rinnovare e portare il mondo accademico al di fuori delle sue mura attraverso il cinema.

Ha una ricerca sull’integrazione della comunità senegalese in un quartiere nap0letano e alla fine del suo percorso accademico ha realizzato un progetto di ricerca di antropologia medica sui percorsi terapeutici nella Santería Cubana. A Cuba Parsifal utilizza la videocamera come utile strumento d’indagine etnografica: un catalizzatore di eventi che riesce a connettere due “mondi” intimamente. È un modo di fare cinema documentario dove l’idea enfatizza il fatto, che si tratti della verità su un incontro piuttosto che di una verità assoluta o innegabile.

Dall’ipotesi di utilizzare la videocamera come strumento terapeutico e dalla ricerca nasce il suo primo documentario “Mas allá de la Santería” – Menzione Speciale al Procida Film Festival 2013 – prodotto nel 2011.

Nel 2012 produce il secondo documentario “Villa Villa Vigna“  sulla biodiversità e sulla scelta di un gruppo di giovani di costruire un vivere alternativo a quello imposto dai ritmi urbani. Il documentario è stato realizzato per il concorso “Rural4Youth” del Ministero dell’Agricoltura e si è aggiudicato la menzione speciale.

Nel 2015 co-dirige il documentario “Rezeki“, sui minatori di oro e pietre prezioe a nordi di Sumatra, prodotto dal progetto UE SEATIDE, in collaborazione con l’Università di Milano “Bicocca”

Attualmente Parsifal sta lavorando al suo progetto “Nimble fingers“, un film documentario girato in Vietnam, sui diritti delle giovani operaie, il film prende forma in seguito ad una ricerca antropologica portata avanti negli ultimi anni.

Ha inoltre realizzato diversi reportage video in collaborazione con diverse riviste.

Le immagini, i testi, le storie qui presentate offrono degli input utili a dare  forma ad un percorso sperimentale tutto in divenire. Per costruire una narrazione con la partecipazione di molti è necessario che il pubblico sia attivo.

Come l’autore tenta di agganciare l’esperienza di altri e di assumerla con coinvolgimento, così lo spettatore è invitato a sentire col cuore le narrazioni, per iniziare ad intessere un dialogo che ci veda insieme nel mondo per capirci a vicenda. Solo in questo modo è possibile estrarre una configurazione, impegnandosi in una sorta di sintesi estetica attraverso la quale l’insieme – la storia, la trama, il testo virtuale – gradualmente viene in essere.

Ognuno può trarre il meglio da questa esperienza ed estrapolarne il significato solo se si intende che la produzione del significato non è né inerente al testo né alla sola struttura, e nemmeno all’attività del solo lettore, ma all’interazione tra lettore e testo;

Unni Wikan: è un andare oltre le parole, semplicemente perché le parole non sono tutto e perché c’è altro che permette l’interazione.